Ultimo giro, ultima corsa

Quando ho scattato quella foto sapevo benissimo che se l’avessi postata subito dopo, sarei stato frainteso e insultato pesantemente, fino alla schiuma.  E sapevo anche da chi. Forse anche Camilla Ghedini avrà pensato la stessa cosa, e accettato lo stesso rischio .

Ero con mia figlia al parco giochi dopo l’uscita di scuola, mentre giocava spensierata con le sue amiche, alcune delle quali “negre” come le odia chiamare qualcuno. Guardando quelle bambine e i loro genitori seduti a chiacchierare poco distanti da loro, c’era un qualcosa  di indefinito che mi infastidiva, una sensazione opprimente, al punto da impedirmi di vivere serenamente quel momento. Ero pervaso da un malessere leggero ma sempre più insistente, e cercavo di scoprirne la fonte per riuscire a guardarlo in faccia. Cominciavo a pescare nello stagno di quell’ansia divorante, fino a quando tornarono a galla pezzettini di frasi che la coscienza voleva spingere giù. Ma si sa, c’è poco da fare, prima o poi certa roba torna su. Eccola, la frase:

“SU QUELL’ALTALENA CI DEVONO ANDARE I BAMBINI, NON I NEGRI SPACCIATORI. SONO ANIMALI, NON SONO PERSONE, SONO NEGRI SPACCIATORI”

E’ il commento lapidale, convinto e perentorio di una signora alle domande di un giornalista che voleva sapere come fosse andata quella brutta e curiosa faccenda del parapiglia con alcuni ragazzi di colore. Il fattaccio è avvenuto nella Piazzetta Toti, un parco verde situato in zona GAD acronimo dei quartieri Giardino-Arianuova-Doro disposti vicino alla stazione ferroviaria e all’unico grattacielo della città che sembra fare da perno all’intero quartiere che gli gira attorno (http://www.estense.com/?p=546815).  La signora, molto zelante nel segnalare situazioni di degrado della zona, ha fotografato una ragazza seduta su un’altalena in compagnia di altri suoi amici. Ma, scoperta, venne poi strattonata da questi mentre le chiedevano il motivo di questa sua iniziativa. Poi..una parola tira l’altra, sempre più veloci e forti, nel vortice della reciproca rabbia.

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La vicenda è raccontata meglio da un’editoriale del Marco Zavagli,(direttore di un giornale on-line locale estense.com)  che mi aveva particolarmente colpito, soprattutto per questa riflessione:

“Lei (la ragazza di colore) e tutti quelli attorno a lei “sono animali, non sono persone”. Ecco perché ci si sente in diritto di fotografarli, di immaginare di spedire alle autorità la foto di una ragazza di venti anni che in pieno giorno è seduta su un’altalena. Anche se non stanno facendo nulla di male. Che importa: l’avranno fatto o lo faranno. Sono negri. Sono animali. Sono sicuramente spacciatori. E, soprattutto, sono seduti su un’altalena”. (http://www.estense.com/?p=547023)

Non avrei voluto aggiungere altro, se non ascoltare e partecipare alla chiacchierata tra genitori che parlavano orgogliosi e preoccupati dei propri figli: sul fenomeno dell’uso precoce di droghe e alcool già a 14 anni, sull’educazione da dare, sulla presenza/assenza e surrogati vari, sulle difficoltà del dialogo… Guardandomi in giro e osservandoli discutere insieme, mi sentivo sollevato, come uscito da un brutto ricordo.

E invece…, di nuovo, sale a galla un altro pezzettino.

Pensavo  quando, a Gennaio scorso, si scatenò la gara del tiro all’insulto contro quel ragazzo di colore, bersaglio umano travolto e ormai immobile sui binari della stazione di Ferrara (http://www.ferrarabynight.com/chi-sono-quelli-che-gioiscono-per-il-suicidio-del-ragazzo-africano/). Venne seppellito su Fb – forse ancora vivo (non lo si sapeva ancora) – dalle peggiori scorie che degli esseri umani  potessero produrre, celebrando così non la morte di una vita, ma la rinascita della morte. E’ stato sufficiente sapere che era uno di “quelli là”, un “animale”, marchiato a fuoco dal dispregiativo “negro”. Ovviamente “di M….”. Non credo che quel ragazzo centrasse qualcosa col Gad, con lo spaccio o col degrado, o forse si. Non lo si è mai saputo. Comunque sia, “uno in meno e…via col brindisi”.

Ricordavo queste cose quando ero ormai seduto sulla panchina già da qualche minuto accanto a Fred, che sorvegliava attento le nostre bimbe che giocavano sull’altalena. Avrei voluto confidarmi con lui, dirgli qualcosa, metterlo in guardia. Ma…da cosa, e da chi poi? No, non oggi. Non volevo rovinargli la giornata, non oggi. E poi, cosa c’entrava lui, o sua figlia, col GAD? Nulla, ma sapevo che se gli avessi raccontato quelle storie avrebbe comunque guardato l’altalena come mai prima. Non volevo cominciasse a guardare sua figlia diversamente dal solito con la preoccupazione che un giorno sarebbe potuta essere coinvolta in uno dei tanti giochi spietati della vita.

Allora cosa fare?

Gli chiesi improvvisamente – troncando un discorso che non stavo ascoltando -  se avesse avuto voglia di scattarmi una foto.  Sorpreso nel vedermi prendere posto vicino l’altalena, obbedì.  Non ne capiva il senso, almeno in quel momento.

Forse domani, quando guarderà la mia foto e tutti gli insulti a corredo, capirà. Forse capirà sua figlia, quando sarà più grande, quando sarà una ferrarese 2.0.

Avevo semplicemente accolto così la chiusura dell’editoriale di Zavagni:

“Salite su quell’altalena. Dimostrate che tutti hanno il diritto di dondolarvisi sopra. Fatevi scattare una foto quando le corde vi portano verso l’alto, per guardare al di là di queste piccole storie ignobili. E pubblicatela in tutti i posti possibili di questo mondo”.

L’altalena è forse l’unico gioco possibile che ci porterà fuori dalla cultura della morte, tutti hanno e devono avere il diritto –  e soprattutto il coraggio  - di salire su quell’altalena, di sollevarsi dal labirinto del pregiudizio per guardare meglio la realtà, distinguere le situazioni e le persone, trovare la via d’uscita. Perché il degrado non è una questione di colore, la droga non è questione solo di spacciatori ma anche di “spacciati”, la prostituzione non è semplicemente antiestetica urbana ma anche solitudine di chi la cerca, la sicurezza e il vivere bene è un desiderio di tutti. Perché lo so? Perchè l’enorme miseria del mondo entra nella fessura del mio ufficio, le nostre ipocrisie nascoste al buio del giorno escono fuori alla luce della notte, le nostre paure per i forti vengono vinte con il coraggio sui deboli, le persone diventano straniere più per un concetto esistenziale che geografico.

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Abbiamo bisogno di intravedere ciò che già oggi succede sotto i nostri occhi, e non ce ne rendiamo pienamente conto: questi bambini che giocano insieme nel parco del Krasnodar, che non fanno caso alla loro reciproca diversità o fragilità  sono il “già” e il “non ancora” della Ferrara di domani, sono la simbolica di un futuro possibile e migliore. Osserviamoli bene e impariamo a giocare da loro.

Facciamoci sentire, facciamoci vedere, siamo in tanti.

Intanto lasciamo che altri continuino a giocare con Il tiro all’insulto nel quale ci sono anch’io come bersaglio volontario, non perché abbia la vocazione al martirio o del difensore dei deboli, ma “sto” come ferita attraverso la quale gli uni guardano agli altri.

Qualcuno capirà, qualcuno no, anzi, continuerà ad insultare. Poco male, in fondo quelli che sono insulti oggi, saranno medaglie appuntate al petto domani perché, davanti ai miei e ai figli di Fred, confermeranno da che parte ho scelto di stare.

Questi sono alcuni dei commenti pubblici presenti sulla pagina FB estense.com

Immagini prese dal profilo FB di Estense.com

P.S: Poi così…tanto per chiudere, e a proposito di legalità: gli insulti oltre ad essere una sgradevole disarticolazione fonetica e una regressione nella scala evolutiva dell’uomo sono anche e soprattutto un reato, magari – tanto per cominciare – potremmo guardarci bene.

By Raffaele Rinaldi

…due giorni dopo…

Gad: provocazioni e insulti agli stranieri dal corteo leghista. E scoppia lo scontro, Estense.com, 14 Maggio 2016

2 pensieri su “Ultimo giro, ultima corsa

  1. se ogni volta che una preoccupazione ci assale abbiamo il coraggio di parlare le barriere sarebbero distrutte…ottimo lavoro , grazie

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