Poverty Tour

“Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione.
Costui lo mandò nei campi a pascolare i porci.
Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci;
ma nessuno gliene dava” (Lc 15)

Potrebbe capitare di essere investiti da un alito pestilenziale simile ai miasmi che si sprigionano da una fogna, oppure da un’operazione di spurgo dei pozzi neri, ma la povertà è qualcosa di peggio. Somiglia più ad una porcilaia da cui è difficile scappare; puoi solo sperare che gridando fino a farti esplodere i polmoni qualcuno di passaggio ti possa riconoscere e tirar fuori. Incàzzati, bestemmia e scalcia quanto vuoi. Da solo non ne esci.

Nessuno di noi vorrebbe finirci dentro. Il solo pensiero ci fa cambiare pensiero, perché non è vita ma una estenuante lotta contro l’inarrestabile metamorfosi animale; gli indumenti si sporcano e si consumano in stracci, la prosa della fame quotidiana sbrana la poetica dei progetti futuri,  farsi un bidet diventa un privilegio figurariamoci la lettura contemplativa di un Bòrges. Gli amici si fanno estranei, lontani, anche quelli che credevi addirittura fratelli. Sei solo (o in  branco), braccato e in guerra.

Di sicuro se per disgrazia scivoli e rotolando finisci nei fanghi della povertà,  appena ripreso dalla botta sarai costretto a una scelta;  abituarti e usare la faccia tosta – se la natura l’ha data in dotazione – , oppure cedere alla vergogna e nascondersi. Ma la scelta più difficile è se restare umano, tenere un’etica anche durante la tua feroce guerra per la sopravvivenza spezzando l’incantesimo della metamorfosi.

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Scendo ormai da molti anni nella “Ferrara di sotto” (da cui il nome del blog), e scopro senza sorpresa che la mappa del degrado si aggiorna continuamente di non-luoghi che sfuggono al più sofisticato piano regolatore,  il cui flusso di arrivi e partenze fa parte di un’anagrafe della disperazione senza censimento.

Durante la discesa ho sempre un pò di paura addosso, ma con l’unica e semplice preoccupazione fissa nella testa: ri-conoscere le persone dietro gli stracci e le offese della povertà, e trattarle come tali. Quando risalgo nella Ferrara di sopra, di solito qualcosa nel mio giudizio e nello sguardo cambia, non posso mai dire di essere la stessa persona qual’ero prima di scendere nel girone infernale. E poi ti succede di vedere umani nel porcile e animali nella città.

C’è una tentazione forte e concreta in agguato, la cosa più brutta che possa accadere, peggio ancora di finire a sguazzare nella povertà: fare il “turismo della miseria” collezionando souvenir fotografici e multimediali dallo zoo di questa sub-umanità che vive al pari degli animali selvatici nelle nostre periferie urbane, salire sulla schiena delle disgrazie altrui per sentirsi… migliori, puntare la luce alogena addosso ai volti – avvolti ancora nel sonno – appiattendoli sullo sfondo livido e nudo del degrado circostante, dando importanza più all’effetto della sovraesposizione che alla profondità delle cause.

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E poi…il colpo finale:  dopo aver stanato queste esistenze dai rifugi costruiti con l’architettura della disperazione, lasciarli lì, con una umiliazione in più quasi strappandogli di dosso l’unica coperta sporca che li copre, l’ultimo brandello di dignità, e tuttavia nulla togliendo alla sofferenza della città.

Il sipario si chiude, mentre un’altra notte cala ancora sui corpi e le intelligenze stanche.

E allora – dopo i titoli cubitali  -  mi chiedo se la povertà, obbedendo a qualche  proprietà transitiva a noi ignota, è possibile che passi da una persona all’altra come se riconoscesse il porcile a lei più congeniale.

Alla fine dello spettacolo mi chiedo ancora se questi sentieri sterrati che portano a tuguri nascosti nelle pieghe della nostra città come i sottoponti di San Giacomo, della Pace, di via Maverna , i marciapiedi di Via Beethoven, lo spettrale albergo del Palaspecchi, i porticati del centro storico, la sala d’attesa della stazione ferroviaria (ormai chiusa) non siano che soste di un “Poverty Tour” da cui consumare – come turisti –  la nostra curiosità ala vetrina delle sofferenze altrui, oppure singole stazioni di una infinita via crucis che celebra i misteri dolorosi a ridosso della città di ogni tempo, santuari laici e urbani che custodiscono anche le nostre povertà e paure collettive.

Scoprire i porcili è una facoltà che solo la coscienza può concedere, e sta al fondamento di scoprirsi turista o pellegrino della miseria.

By Raffaele

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