La famiglia di Orazio, mena.

I casi della vita a volte ti portano in posti strani. Alcuni di questi, dopo esserti infilato con un pò di incoscienza ti fanno paura soprattutto quando ti rendi conto che è troppo tardi per tornare indietro, altri invece si rivelavo meravigliosi e non vorresti più andar via. L’aria bruciava sotto il sole crudele e furente del primo pomeriggio mentre misuravo quante pedalate avrei potuto ancora compiere prima di morire passando allo stato liquido. Per fortuna arrivo molto prima del previsto, praticamente a quattro pedalate dall’ufficio dove nella tarda serata di venerdì scorso avevo accettato l’invito.
Sì, dovevo andarci. L’avevo promesso a Orazio. Infatti la lunga chiacchierata per aiutare uno dei suoi “ragazzi”, alla fine è sfociata in amicizia, quelle che si stringono con gli occhi, e poi nell’invito a trovare la sua meraviglia.
- “Rafè, è proprio qua vicino. Ci devi venire, ci tengo. Mi raccomando!” mi disse stringendomi la mano sempre più forte quasi a caricare d’importanza le cose che diceva fino a saldare, in una stretta finale, le mie quattro esili dita in un monoblocco d’ossa e di carne.
Eccomi arrivato. Poche centinaia di metri fino alla vicina caserma dei pompieri al principio di Via Verga e, poco più in là, il cartello che mi indica il luogo. Sono così annientato che non ho voglia e forza di mettere la catena alla bici che cigolando supplica la pietà di morire lì, appoggiata al muro di mattoni rossi della palestra e soprattutto di essere ricordata ai posteri per lo spirito di servizio e abnegazione reso al suo cavalier al pari del trisavoro Ronzinante.
cartello
All’ingresso colgo di sorpresa Orazio mente parla con alcuni ragazzi, e mi accoglie esplodendo in un tripudio di gioia e benvenuti. Forse, più che la sorpresa, è stato un moto istintivo di sdebitamento per la segreta rassegnazione all’idea che non sarei mai venuto a trovarle lui e tutta la sua “famiglia”
E’ contentissimo e fiero mentre mi accompagna dai suoi ragazzi, tutti presi ad allenarsi con i guantoni. Il sudore scorre come da fontane, i sacchi oscillano ai pugni che fendono l’aria, altri fanno flessioni tese ed energiche, due altri si consigliano sulla posizione di guardia e di attacco da tenere in combattimento, quando un mini applauso di Orazio sovrasta e blocca tutto e mi presenta senza tanti giri di parole:
- “Ragazzi, lui è Raffaele, trattatemelo bene. Mi raccomando!”.
Due battute per rompere il ghiaccio (magari ce ne fosse!), qualche domanda larga, e subito si entra in sintonia. Se all’inizio la visita era dovuta più ad un formale senso di adempimento ad una promessa, in quel  preciso momento mi si scioglieva il cuore a vedere un gruppo di ragazzi e ragazze di diversa età e nazionalità che Orazio e Pinuccio mi descrivevano uno ad uno; diversi per origine, carattere, vissuti, ma accomunati come fratelli – maggiori e minori – dalla stessa voglia di vincere.
Quei sguardi ancora puri anche se qualcuno già segnato dalle avversità, quei volti giovani che forse la Boxe vorrebbe più cazzuti e cattivi ma che nulla può rimproverare alla grinta di quei colpi assestati alle difficoltà di una vita matrigna, feroce  a volte proprio ingiusta.
costantino Boxe
E’ una piccola palestra di Boxe attrezzata col minimo indispensabile ma, se la guardi bene, è una grande palestra di vita dove si impara a schivare i colpi a tradimento dei pregiudizi dentro il ring dell’ignoranza comune, ad incassare le delusioni inevitabili anche dalle persone più care, a cadere, a rialzarsi, a darle di santa ragione quando la vita diventa cattiva.
“Cari ragazzi” – , il vostro maestro ve lo ripete da sempre, da quando ha cominciato dal piccolo garage di casa sua, e ve lo dice anche adesso: “la Boxe non si usa per far del male, ma per non farsi troppo male e imparare a rialzarsi” – , in fondo la vita va trattata a volte con i guanti e altre con i guantoni.
Si è fatto tardi, e Orazio mi conduce con orgoglio lungo lo stretto corridoio e, prima di uscire – come ho fatto a non notarlo prima? – ci sono delle mensoline su cui poggiano trionfanti coppe dorate di varie dimensioni e fogge, medaglie che pendono giù a mucchi legate da nastri colorati, e più in basso - rigorosamente incorniciati e sotto vetro – ritagli e ritagli di giornali, articoli, titoloni in prima pagina, foto di gruppo e di vittorie, tutto a documentare il principio spartano e la continua e gloriosa ascesa di questa meravigliosa avventura.
giornali
Sono troppi da leggere, anche solo i titoli, ma uno, anzi due, anzi tre….tanti altri mi colpiscono come un pugno in faccia. Scopro che a vincere tantissimi trofei e riconoscimenti c’è una persona che conosco bene, anzi benissimo:
 - “Massì!”, urlo in un sussulto di gioia e stupore, “ma… è…è…è…”
 - “Sì, sì, è proprio così, Rafè! Disputa campionati nazionali e internazionali”, dissero quasi ad un unìsono Orazio e Pinuccio.
 - “Nooooo, non ci posso credere! Addirittura… quanti titoli!  Ricordo che la sua famiglia arrivò in Italia nel lontano 2002, facendo parte della famiglia di Viale K”.
 - “Adesso ha due figli, ha preso la laurea e la cittadinanza italiana, ed è l’orgoglio delle nostra famiglia portando alto il nome dell’Italia in tutto il mondo”.
Ed è così che scoprimmo, grazie al campione, di essere imparentati.
By Raffaele

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