Dietro la porta, ad un passo dal santo.

No. Non vi inganni il titolo che potrebbe subito rimandare ad un romanzo di Giorgio Bassani, poiché ciò che sto per raccontarvi ha più cose in comune con la porta di pietra che ostruiva il sepolcro di Cristo, almeno fino al venerdì santo.

E’ passato del tempo da allora, circa 23 anni, per cui non so se vi dirò la verità o cose false. Perché il tempo trasfigura, mescola, nasconde e rivela ciò che è stato e ciò che abbiamo vissuto. Tuttavia vi racconterò tutto ciò che emergerà con pazienza dal pozzo profondo della memoria. Di sicuro ero lì quella tarda mattina di aprile, accanto a Matteo, nella grande sala dell’episcopio di Molfetta, ad aspettare. Insieme a noi c’era tanta altra gente che non conoscevo.

Eravamo stanchi perché prima di affrontare l’ultima fatica dello scalone marmoreo d’ingresso che si impennava da un lato del cortile interno, avevamo fatto un lungo giro, per cui l’attendere si rivelò un gradevole imprevisto ristoratore.

Aveva insistito molto, Matteo, per portarmi con sé al Seminario Regionale Pugliese di Molfetta per sbrigare alcune faccende burocratiche. La promessa di una visita alla bella città di mare vinse facilmente la mia debole e inutile resistenza.

Il documento non era ancora pronto, gli dissero in segreteria. Avrebbe dovuto ritornare nel primo pomeriggio, non prima delle 15. Matteo si guardò intorno con nostalgia poiché era il luogo dove trascorse gli anni di formazione prima di diventare prete. Per lui fu dura, perché la sua è una vocazione “adulta” e prima faceva il banchiere; era complicato convertire le sue categorie di “economia di mercato” con quelle di “economia della salvezza”, il calcolo dello scambio monetario con la gratuità della pericoresi trinitaria… Queste cose mi raccontava fissando lo scalone centrale che porta ai piani superiori dove si trovano gli alloggi dei seminaristi e le aule della facoltà teologica, poi volle visitare il chiostro interno dove si trovava la piccola chiesetta  col suo repentino tramutarsi in oasi di pace contemplativa oppure nel campo di battaglia tra esigenza divina e fragilità umana.

Erano appena passate le 12 e c’era tempo sufficiente per fare un bel giro, ma guardando l’orologio Matteo venne assalito da una fretta improvvisa: aveva da farmi conoscere un suo caro amico, assolutamente, e occorreva far presto.

Usciti dal palazzo del seminario, un’ultima occhiata esterna mostrava la facciata sobria e dignitosa che portava l’intitolazione a Pio XI, così come anche la strada davanti. L’edificio era enorme poiché ospita i giovani provenienti da tutta la Puglia per il Sacro Ordine. Ad uno sguardo profano come il mio il Palazzo del ‘26 appariva – per la mole, lo stile e il numero di ospiti  – ad una caserma. Dello spirito ovviamente.

Pontificio Seminario Regionale Pugliese "Pio XI"

Pontificio Seminario Regionale Pugliese “Pio XI”

Se “Caserma dello spirito” fosse un ironico ossimoro oppure un provocatorio paradosso era diventato l’argomento che ci tenne in compagnia mentre, allontanandoci dal Seminario, si aprì davanti a noi la vista del mare che si infrangeva schiumando sulla lunga e sinuosa curva bianca del lungomare. Abbandonai presto la soffocante diatriba per respirare a pieni polmoni l’aria così buona del mare e mi distraevo volentieri nel guardare, giù dal muretto continuo, le grosse massicciate che, sempre più piccole, digradavano nel mare scuro che sfumava sempre più chiaro nell’orizzonte luminoso. Di li a poco, seguendo come bussola le due torri campanarie appaiate del duomo di San Corrado, arrivammo nel borgo antico oppure –  come la chiamano gli abitanti del luogo - Molfetta vecchia infilandoci tra via Sant’Orsola, curiosando in via Tréscine, spiando via Amente e infine abbandonandoci nelle altre viuzze brullicanti di vitaUna materna chiocciola urbanistica da cui, per una misteriosa e interna forza centrifuga, una parte di sé sarebbe partita verso il mare e che – pietrificandosi –  avrebbe avuto come destino il diventare porto sicuro per i suoi pescatori.

Molfetta vecchia - Borgo Antico  - con veduta del vecchio Duomo di San Corrado

Molfetta vecchia – Borgo Antico

 

Da una parte della banchina vi erano i pescherecci che fluttuavano sulle piccole onde calme e lampeggianti del mare, e dall’altra la gentile facciata di pietra bianca del vecchio duomo a tre cupole in asse. La singolare bellezza di quell’architettura romanico-pugliese faceva da sfondo alla scena quasi oleografica dei pescatori che riassettavano cumuli e matasse di reti distese a terra. Se don Matteo non avesse di nuovo guardato l’orologio non ci saremmo affatto sottratti a quel calore che ti faceva sentir bene, nè alla vista di quel paziente e meticoloso lavoro dei pescatori tanto presi dai loro discorsi dialettali di cui non si capiva molto ma affascinava ascoltare come le dure espressioni della fatica si armonizzassero così bene con le invocazioni ai santi.

L'antico Duomo intitolato a San Corrado

L’antico Duomo intitolato a San Corrado

Lasciammo quell’angolo di mondo dove santo e profano erano lontane distinzioni puramente linguistiche oppure alte categorie della speculazione filosofica. Ma ecco, riattraversammo la banchina e le sue palme per andare da don Tonino di cui Matteo mi faceva ancora mistero, tranne il fatto che a lui doveva la sua conversione.

Una dopo l’altra, con passo svelto, le strade e i vicoli della città ci portarono in Via Giovene n. 4, davanti al portone arcato dell’Episcopio sopra il quale capeggiava lo stemma vescovile: una croce bianca alata su sfondo blu sotto il quale ondeggiava in latino il motto “Audiant et laetentur” che Matteo con affanno e diversi goffi tentativi s’era preso la briga di tradurmi mentre, superandomi, prese a salire due o tre alla volta i gradini dello scalone che occupava il lato destro del porticato.

Episcopio

Episcopio

Scomparve in cima attraversando una porta, lo raggiunsi subito ed entrammo in una sala rettangolare e alta con le finestre coperte da tendaggi e qualche imposta semichiusa tanto quanto bastava da lasciare in penombra tutto l’ambiente. Ancora preso dalla fretta Matteo si diresse, tagliando la sala a metà, verso la porta centrale del lato opposto, si fermò, chinò leggermente la testa in basso e bussò.

Una volta.

E…restammo in attesa.

Ben presto la penombra – da fresca –  divenne quasi buia, ma non abbastanza da impedirci di notare che c’era parecchia gente, alcuni in gruppo a voce bassissima e qualcun’altro da solo in religioso silenzio. Mi parve una situazione così strana in una mattina così bella e soleggiata come lo sono quelle del nostro meridione, e poi, tutta quella gente…Tuttavia non mi sognavo minimamente di interrompere quella sacra atmosfera con qualche domanda fuori posto, ma ci pensò Matteo bussando ancor più timido della prima volta mosso da una certa inquieta preoccupazione che avrei certo scambiato per impazienza  se non lo avessi conosciuto bene.

Mentre ero assalito dal timoroso sospetto di aver scavalcato altri, nonostante le rassicurazioni non verbali di un uomo poco distante da lì, all’improvviso si aprì la porta davanti a noi facendoci istintivamente indietreggiare di un po’.

La porta si aprì a circa tre quarti, abbastanza da intravedere per metà un quadro appeso alla parete che raffigurava una Madonnina, e forse doveva esserci all’interno un’ampia finestra oppure un balcone o chissà quale altra fonte incandescente da inondare la stanza con quel tripudio luce. Lo spiraglio aperto lasciava scappare quella luce tagliandola in una grande fetta obliqua che illuminava ogni cosa si trovasse lungo il suo raggio fino a colpire la parete opposta.

I personaggi colpiti da quella luce, dura e direzionale, uscivano dall’oscurità dell’ambiente. In quella scena caravaggesca erano finalmente visibili le loro fattezze in tutta la loro cruda, e a tratti anche disturbante, drammaticità. Nel chiaroscuro si stagliavano tratti nudi e sofferti; volti segnati dalle rughe e della fatica, bocche sdentate, la guancia sporca di barba grigia, una maglia consumata, un pantalone sudicio, una mano che stringeva il fazzoletto bianco, il tatuaggio bluastro e sbiadito sotto un’orecchio. Alcuni apparivano in lacrime e con la testa fra le mani, un uomo con stivaloni alti di gomma, altri dalla pelle olivastra, ragazzi che avevano pressappoco la mia età vestiti alla moda, una ragazzo in carrozzella  colto da spasmi che gli storceva la bocca e il corpo, un uomo in giacca e cravatta che teneva una valigetta 24 ore, qualcuno puzzava di vino e sudore, qualche altro prete…

Venne ad aprire un uomo alto con i capelli brizzolati che appena vide Matteo, lo riconobbe, e con accento salentino gli disse addolorato:

Ciao Matteo, stamattina…proprio no… Non ha più la forza neanche di parlare…

Capisco, Trifone”, rispose Matteo tristemente. Proprio in quel momento si sentirono altre voci concitate che provenivano dalla stanza “Marcello vieni subito!”, “Si, dottore!”. Ciò era sufficiente per intendersi a volo e, scusandosi a vicenda, si scambiarono un mesto saluto. Matteo, abbattuto, non disse altro. Riattraversammo insieme la sala tra quella piccola folla. Appena fuori, facemmo ritorno per un’altra strada e la curiosità mi vinse altrettanto quanto il tentativo di distrarlo in qualche modo da quel pesante mutismo:

“Ma tutte queste persone, chi sono?”

“Loro, qui, sono di casa. Qualcuno ci abita pure. Sono amici e ospiti di don Tonino”

Ritirato il documento al Seminario Regionale, cioè una tesi dal titolo: “La trinità, icona dell’umana convivenza” recuperammo l’auto quando cominciarono stranamente a suonare tutte le campane della città, qualcuna ancora oscillava muta quando ormai eravamo sulla superstrada verso Manfredonia.

Oggi so che le campane suonarono alle 15,26 del 20 aprile 1993, quando don Tonino esalò l’ultimo respiro tra le braccia del suo medico e i suoi fratelli Trifone e Marcello. Lo so, dalla testimonianza diretta del medico Dott. Domenico Cives  (23° Dies natalis di don Tonino Bello: “Suonate le campane!”)

«All’improvviso don Tonino si mostrò agitato. Mi guardò con occhi sbarrati e sembrava volermi parlare. Notai che i dolori si erano volatilizzati, poiché compiva ogni movimento senza lasciarsi sfuggire alcun lamento. Piegò infine la testa all’indietro, mentre ancora gli cingevo le spalle. Guardò verso la finestra, poi fissò nuovamente il quadro della Madonna delle Grazie. In quel preciso istante si abbandonò sulle mie braccia e il torace fu sollevato da violenti sussulti. Il suo grande cuore stava cedendo. Mentre una moltitudine di persone si era disposta attorno al letto e pregava, io ero rimasto in disparte: ebbi modo di notare il momento in cui don Tonino esalò l’ultimo respiro, mentre Marcello gli teneva il polso destro e Trifone gli accarezzava e baciava la mano sinistra».

Oggi so chi c’era quel giorno ad attendere nella sala. Uomini e donne che don Tonino ha incontrato, amato e raccontato: Massimo il ladro a cui abbiamo rubato la dignità, Giuseppe l’avanzo di galera prigioniero del nostro perbenismo, Mario la guardia giurata uccisa sulla strada del dovere, Mohamed il marocchino  ridotto a sacramento delle nostre paure collettive, la vedova di Giovinazzo, l’avvocato di Trani e i due giovani sposi di Molfetta protagonisti di cronaca bianca, i sei operai dell’acciaieria dello sciopero della fame, i due ragazzi atei a cui ha diede un passaggio aprendo un dialogo, Antonio il pescatore che viveva in solitudine e al quale spiegò in maniera semplice il mistero della Trinità, Gennaro l’ubriaco che accompagnò nel quartiere San Paolo di Bari, Marta la scheda del servizio sociale, i barboni che lui chiamava drop aut annunciandogli che per Dio non ci sono arance cadute dal carretto che egli non raccolga nella sua bisaccia di padre, ma c’erano anche “Le pietre di scarto” quelli a cui lui ha scritto lettere appassionate nelle quali diventavano, come qualcuno prima di loro, “testata d’angolo”.

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Ne riconosco tanti adesso, grazie ai racconti che don Tonino ha fatto incontrando quelle persone. Sì, erano loro, proprio loro, tutti presenti lì quella mattina. E continuo ancora a vederli tutti i giorni, anche qui a Ferrara come d’ovunque, perché non sono personaggi ideali o controfigure cinematografiche prese in prestito per costruire una retoriche a servizio della letteratura edificante, ma uomini e donne che illuminati da quel raggio “pasquale” emergono dalla penombra della nostra indifferenza.

Come ti chiedevi tu, don Tonino, me lo chiedo anch’io oggi; questi uomini e donne “sono aperture attraverso le quali possiamo scorgere Dio, o feritoie da cui egli illumina l’interno dei nostri ruderi?”.

Di sicuro, oggi so, don Tonino, di esserti ancor più vicino di quanto non lo fossi stato quel giorno dietro la tua porta.

@By Raffaele Rinaldi

Don Tonino Bello, beato

Don Tonino Bello – Che cosa è l’uomo perchè te ne ricordi?

 

ANTONIO BELLO, WIKIPEDIA

SITI:

FONDAZIONE DON TONINO BELLO

WWW.DONTONINOBELLO.IT

DOCUMENTARI:

Don Tonino Bello, nel giorno del suo compleanno

Don Tonino Bello – Anelito di pace (La storia siamo noi), dal sito Rai

Don Tonino Bello, “La Storia siamo noi”

Ricordando don Tonino Bello, Speciale Rai2, Sulla via di Damasco.

Don Tonino Bello – Protagonisti del ’900 – A sua Immagine

Don Tonino Bello, Documentario di Fabrizio Petruzzi, Parte I

Don Tonino Bello, Documentario di Fabrizio Petruzzi, Parte II

“L’anima attesa…il mio omaggio a don Tonino Bello” di Edoardo Winspeare

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BIBLIOGRAFIA

GALLERY:

 

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